Giulietta e Romeo
William Shakespeare
Tiziana e Daniele
Romeo:
Se credete che io profani con la mano più indegna
questa sacra reliquia
le mie labbra rosse come due timidi pellegrini cercheranno
di rendere morbido l'aspro contatto con un tenero bacio.
Giulietta:
Buon pellegrino, voi fate un grave torto
alla vostra mano, che non ha fatto altro
che dimostrare un'umile devozione.
Anche i santi hanno le mano, e le mano
dei pellegrini le toccano, palma contro palma.
Romeo:
Ma i santi non hanno labbra?
Giulietta:
Si, pellegrino, labbra che servono per la preghiera.
Romeo:
Oh, allora, dolce santa, lascia che le tue labbra
facciano come le tue mano; esse pregano, tu esaudiscile
Ora è tempo che io vada, amore!
Giulietta:
Vuoi già andare? Non è ancora prossimo il giorno.
L'usignolo e non l'allodola
ha trafitto il cavo trepidante del tuo orecchio.
Canta ogni notte là sul melograno.
Credimi, amore, è stato l'usignolo.
Romeo:
Era l'allodola, araldo del mattino,
non era l'usignolo. Guarda, amore,
quali invidiose strisce luminose
orlano quelle nubi laggiù che si sfaldano a oriente.
Le candele della notte sono ormai consunte,
e il giorno gioioso muove in punta di piedi
sulle cime nebbiose dei monti.
Devo andare, e vivere, o restare e morire.
Giulietta:
Quella luce non è luce del giorno,
dammi retta. E' una qualche meteora esaltata dal sole
per reggerti la torcia questa notte
e illuminarti sulla via di Mantova.
Resta: non è tempo che tu vada.